Le Pergamene della Collezione Morbio

Indagine Paleografica, Trascrizione e Traduzione

La cosiddetta “collezione Morbio”, oggi conservata presso la Universitäts- und Landesbibliothek Sachsen-Anhalt, costituisce il più ampio fondo documentario relativo alla storia dell’Italia settentrionale medievale custodita oltre le Alpi. La raccolta deve il proprio nome a Carlo Morbio (1811–1881), erudito, genealogista e collezionista milanese che, nel corso del XIX secolo, riunì un vastissimo complesso di pergamene, manoscritti e documenti storici provenienti da archivi monastici soppressi, fondi nobiliari dispersi e collezioni antiquarie lombarde. Il fondo comprende circa 3.651 documenti manoscritti e 418 documenti a stampa, databili fra il X e il XIX secolo e relativi prevalentemente all’Italia settentrionale. Oltre a diplomi imperiali e pontifici, la raccolta conserva numerosi documenti provenienti da autorità ecclesiastiche e laiche, nonché oltre duemila atti notarili, costituendo una fonte di eccezionale rilevanza per lo studio della storia politica, istituzionale, genealogica e territoriale della Lombardia medievale. Dopo la morte di Carlo Morbio, la collezione venne acquistata all’asta nel 1889 per conto del Ministero prussiano dell’Istruzione e assegnata nel 1890 alla Biblioteca Universitaria di Halle, nel quadro della grande stagione di acquisizioni scientifiche promossa dalle università tedesche fra XIX e XX secolo. L’intero fondo è stato integralmente digitalizzato nell’ambito di un progetto concluso nel 2024, rendendo nuovamente accessibile agli studiosi un patrimonio documentario di straordinario valore storico. Le pergamene qui pubblicate, trascritte e analizzate appartengono a questo complesso documentario e conservano preziose testimonianze relative alla famiglia de Carugo.

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Ser Rodolfo de Carugo, abate di San Pietro al Monte di Civate

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Ser Rodolfo de Carugo, abate di San Pietro al Monte di Civate

Universitäts- und Landesbibliothek Sachsen-Anhalt, Halle, Sammlung Morbio, Morbio 2 (185), pergamena del 1244. OpenData Uni Halle – Morbio 2 (185)

Analisi Storico-Diplomatica

La pergamena Morbio 2 n. 185 risale alla prima metà del XIII secolo lombardo. Benché redatta secondo le consuete formule della prassi notarile medievale, essa dischiude — attraverso le attestazioni onomastiche ed i toponimi, nonché mediante la fitta trama di rapporti politici ed economici che legavano monasteri, pievi, aristocrazie rurali, comunità e impero — l’immagine di un’età nella quale il paesaggio della Brianza orientale e del territorio lecchese appariva ancora integralmente ordinato secondo la compenetrazione di potere spirituale, dominio fondiario e giurisdizione signorile e feudale.

L’atto registra la confessione e ricognizione resa da ser Girardo de Arcognate, abitante nel luogo di Annone, relativamente a una vasta serie di beni detenuti a fitto dal monastero di Civate, sotto l’autorità dell’abate ser Rodolfo de Carugo. Sin dalle sue formule iniziali, la pergamena rivela una natura tutt’altro che ordinaria: il dichiarante “contentus et confessus fuit”, ossia riconosce formalmente, davanti a testimoni e per pubblica scrittura, che i beni enumerati appartengono al monastero e che egli li tiene a titolo di fitto o livello. Tale struttura lessicale non appartiene alla semplice amministrazione corrente; essa reca invece il carattere delle scritture difensive e consolidative, prodotte quando un ente signorile o monastico avverte la necessità di fissare giuridicamente i propri diritti dinanzi a tensioni territoriali, contestazioni confinari o rivendicazioni concorrenti.

Per comprendere appieno il valore storico di questa pergamena, è necessario collocarla nel quadro del grande monastero benedettino di Civate, uno dei più illustri e potenti centri religiosi della Lombardia medievale. Il complesso civatese, articolato nei poli di San Pietro al Monte e San Calocero, dominava il paesaggio alle falde del Cornizzolo, prospiciente il lago di Annone e l’antica via che collegava Como a Lecco.[1]

La sua origine altomedievale, la ricchezza artistica degli affreschi e degli stucchi romanici, il prestigio spirituale acquisito nel corso dei secoli e la protezione accordatagli da imperatori e aristocrazie, fecero di Civate non soltanto un santuario, ma una vera signoria ecclesiastica, dotata di ampi possessi, diritti lacustri, rustici soggetti alla sua signoria e prerogative immunitarie.[2]

Le fonti storiche ricordano infatti che già nel 1162 Federico Barbarossa aveva confermato al monastero una vasta serie di beni e diritti distribuiti in numerose località brianzole e lariane, fra cui Annone, Oggiono, Ello, Imberido, Galbiate, Bellagio e molte altre terre gravitanti intorno alla pieve di Oggiono.[3] Questi privilegi imperiale sancivano la piena integrazione del monastero entro l’orizzonte politico dell’impero e ne rafforzava il ruolo di dominus territoriale in una regione attraversata da profondi conflitti fra aristocrazie locali, comuni cittadini e poteri ecclesiastici.

In tale contesto emerge la figura dell’abate ser Rodolfo de Carugo, attestato dalle cronologie civatesi fra il 1221 e il 1244, dunque in uno dei momenti più delicati della storia lombarda. Ser Rodolfo non appare unicamente come autorità religiosa; al contrario, egli agisce quale amministratore di patrimoni, arbitro di controversie, concedente di investiture lacustri e garante dell’integrità territoriale monastica. Il suo nome ricorre infatti in relazione a investiture di pescherie sul lago di Oggiono e ad atti concernenti i diritti di Annone.[4]

La pergamena del 1244 acquista un significato ancora più profondo se letta alla luce delle vertenze fra il monastero di Civate e i Capitanei d’Oggiono. Una cronologia storica civatese ricorda infatti che il 28 aprile 1230 alcuni abitanti di Annone, qualificati come massari della chiesa di San Pietro di Civate, promisero di attenersi alle decisioni dell’abate Rodolfo nella controversia che opponeva essi e il monastero ai Capitani d’Oggiono riguardo ai diritti di confine del lago.[5] Questo episodio, apparentemente marginale, illumina retrospettivamente la funzione della pergamena Morbio 2 n. 185. Essa appare infatti come parte di una più ampia strategia di consolidamento documentario del patrimonio monastico, intrapresa in un momento in cui i confini, le rive, le pescherie, gli accessi lacustri e i diritti di sfruttamento erano oggetto di forte competizione.

I Capitanei d’Oggiono rappresentavano infatti una delle espressioni dell’aristocrazia feudale lombarda. Secondo la definizione storica tradizionale, i capitanei costituivano il ceto dei vassalli maggiori, investiti di benefici e prerogative da imperatori, vescovi o grandi signori. Nell’area oggionese essi esercitavano una pressione territoriale concreta, fondata sul controllo di vie, pascoli, acque, pescherie, uomini e confini. La vertenza ricordata nel 1230 dimostra che tali poteri interferivano direttamente con gli interessi economici del monastero.

La centralità del lago di Oggiono-Annone emerge con straordinaria evidenza nella documentazione. Nel 1237 ser Rodolfo investe Tommasino, figlio del fu ser Guglielmo di Oggiono, di una pescheria acquistata da Giovanni Margallia; nel 1246 compare una nuova investitura relativa alla medesima pescheria, per un canone annuo di quattro libbre di pesce; nel 1257 l’abate Alberto concede un’altra pescheria sul lago per dodici libbre di pesce.[6] La continuità di tali atti rivela quanto il controllo delle acque e della pesca fosse strategico per l’economia monastica. Non sorprende dunque che la pergamena del 1244 includa canoni in pesce, oltre che in cereali, vino, legumi e denaro.

Il documento offre inoltre un’immagine vivissima del paesaggio agrario medievale. Attraverso l’elencazione di prati, campi, sedimi, ronchi e terre situate in località denominate Bulpis, Ingiolzeno, Ronchata, Porcheria, Arena, Claussis e altre forme toponimiche oggi talora oscure, la pergamena restituisce una geografia minuta e concreta del territorio di Annone. Ogni pezza è definita mediante confinanti: vie, accessi, eredi, massari, uomini di Praetacava, Ferrari, Barzago, Fico, San Cassiano, Redoxius, Rustegonus e altre famiglie rurali. In tal modo il documento consiste altresì in una straordinaria testimonianza prosopografica, capace di conservare le reti umane di una comunità del Duecento brianzolo.

Il quadro politico entro cui tutto ciò si colloca è quello drammatico della lotta fra Federico II e i comuni lombardi. Dopo la battaglia di Cortenuova del 1237, che vide la schiacciante vittoria dell’imperatore sulle forze della Lega lombarda, la regione rimase profondamente segnata dal conflitto fra fedeltà imperiali e resistenze comunali. Lecco e il territorio circostante furono tradizionalmente vicini all’orbita ghibellina e imperiale; la morte di Federico II nel 1250 provocò il crollo di tali equilibri e l’immediata reazione milanese, culminata nella distruzione del castello lecchese di Santo Stefano.

In questo scenario assume rilievo eccezionale la sottoscrizione notarile della pergamena, dove Gaspare detto da Marenzio si definisce “notarius sacri palatii a domino Frederico imperatore missus”, ossia adotta una formula che richiama direttamente l’autorità pubblica imperiale. In Lombardia la qualifica di notarius sacri palatii era ampiamente diffusa, ma l’esplicito riferimento all’essere “missus” dell’imperatore Federico conferisce all’atto una forza politica ulteriore.[7] La ricognizione dei beni monastici di Annone viene così inscritta entro l’orizzonte della publica fides imperiale, quasi a suggellare giuridicamente i diritti del monastero contro eventuali contestazioni signorili o comunitarie.

La pergamena rivela inoltre la sofisticazione dell’amministrazione economica civatese. Il canone dovuto comprende ventisei sestari fra biada, vino e legumi, somme in denaro e prestazioni ittiche. Una tale composizione riflette un’economia mista, fondata simultaneamente sulla cerealicoltura, sulla viticoltura, sulla produzione leguminosa e sullo sfruttamento lacustre. La menzione della caneva monastica suggerisce l’esistenza di un sistema di raccolta, immagazzinamento e redistribuzione delle derrate. Il monastero emerge pertanto come organismo economico pienamente integrato nel territorio, capace di organizzare uomini, terre, acque e produzioni secondo logiche signorili complesse.

L’intero documento, letto nella sua profondità storica, si configura dunque come testimonianza di una signoria monastica che difende e riafferma sé stessa in un’epoca di trasformazioni violente. I beni elencati ed i loro conduttori dipendenti rappresentano la sovranità territoriale nonchè la rete relazionale mediante la quale il monastero esercita concretamente il proprio dominatus. La scrittura notarile stessa diviene strumento di difesa, capace di rendere stabile nel tempo ciò che i conflitti tra sfere di potere fiscale, economico e politico concorrenti minacciano continuamente di dissolvere.

Così, nella trama di questa pergamena, riaffiora l’intera civiltà del Duecento lombardo: l’eco delle lotte fra impero e comuni, la resilienza delle grandi abbazie benedettine, la pressione delle aristocrazie capitaneali, la minuziosa organizzazione del paesaggio agrario, la sacralità del documento scritto e la lenta costruzione della memoria territoriale. Ed è forse proprio in questa fusione di spiritualità, politica, economia e terra che risiede la straordinaria grandezza storica del documento Morbio 2 n. 185, una piccola carta notarile capace di restituire, con rara intensità, l’anima profonda della Brianza medievale.

  • [1] A. Guiglia Guidobaldi, “Civate”, in Enciclopedia dell’Arte Medievale, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 1994.

    [2] “San Pietro al Monte”, in Monasteri benedettini medievali, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, consultabile online presso: https://www.treccani.it/monasteri_benedettini/luoghi/san_pietro_Monte_pedale.html

    [3] Pavia (Archivio Capitolare di Pisa) Pubblicato da L.A. Muratori, Muratori, Antiquitates Italicae Medii Aevii, Milano, 1741, tomo V, colonne 259-260; G. Bognetti - C, Marcora, «L'Abbazia Benedettina di Civate», Civate 1957, pp. 144-145.

    [4] Bibl. Univ. Halle, Fondo Morbio T.II, N.LXXXVII, Annone, 1237.

    [5] Bibl. Univ. Halle, Fondo Morbio T.II, N.LXXXVII, Annone, 1230.

    [6] Bibl. Univ. Halle, Fondo Morbio T.III, N.LXV, Civate, 1257.

    [7] Sulla tradizione notarile comunale milanese e sulle formule di sottoscrizione notarile, cfr. Maria Franca Baroni, Il preceptum. Note di diplomatica comunale milanese, in «Studi di storia medioevale e di diplomatica», 4 (1979), pp. 5–16.

Trascrizione

In nomine domini Anno dominicae incarnationis millesimo ducentesimo quadragesimo quarto die veneris tertiodecimo die mensis Kalende septembris indictione secunda. Coram infrascriptis testibus ad hoc rogatis contentus et confessus fuit et protestatus fuit ser girardus de Arcognate qui habitat in loco anono quod infrasctipte res sunt monasterij de clavate et quod ipse tenetur ad fictum praestandum ipsi monasterio pro domino redulfo de carugo abbate ipsius monasterii de clavate nomine ipsius monasterij seu pro ipso monasterio, et quod ipse res consueverunt haberi ad massarium nomine ipsius monasterii sedimen quod infra terminatum est per infrascriptos massarios illius monasterij, et que omnia fecit et dixit ipse ser girardus ad petitionem praedicti domini ablatis illius monasterij volentis et petentis ut eas res cum hac pretentione et confessione deberet tenere ille ser girardus ab ipso monast[er]io ad fictum prestandum et non aliter Que omnes res sunt .... In primis petia una prato iacens ibi ubi dicitur in prato conico et est perticarum tres vel id circa . Item petia una quae est campus iacens in contrata de bulpis cui coheret a mane tenet otto romeus, a meridie via, a sero superscripta petia quam tenet ipse ser girardus, a monte item ser girardus et est tabularum novem vel id circa. Item petia una prati iacens ibi ubi dicitur intribio et est perticarum quattuor vel circa id et que ista petia terre presenti tenore fuerit ad fictum ab ipso monasterio albric homedeus de eodem loco massarius illius monasterij. Item petiae sex terre iacentes in territorio dicti loci. Prima petia dicitur instanga cui coheret a mane via a meridie et a sero illius ser girardi a monte tenet iohannes de cruce secunda dicitur et est perticarum triginta vel id circa. Secunda dicitur ad hereditatem cui choeret ------------------------------------- a sero tenet johannes .... a monte tenet zenonus... et est perticarum due vel circa id tertia petia dicitur prestopeziam cui coheret a mane tenet richardus de Praetacava, a meridie tenet Guihelmus de maoio et in parte algixio de fico, sero tenet ambroxius de magistris, a monte tenet ser girardus et est pertice una cum dimidia vel circa id. Quarta petia dicitur ad arena cui coheret a monte via a meridie tenet petrellus maronus et quidam alij, a sero tenet iacobus redoxius a monte tenet ipse richardus de Praetacava et est perticarum duae et plus. Quinta petia dicitur inpledo cui coheret a mane tenet heres quondam liprandi ferrarij, a meridie vie, et in parte tenet martini ferrarij, a sero via a monte tenent filii ambrosii de barzago, et est perticarum due sexta petia dicitur ingiolzeno, cui coheret a mane via a meridie a meridie tenet guillelmus de alberto homodei a sero tenet lafrancho de curto a monte accessium et est pertice una. Item medietas pro indiviso unius sediminis in eodem loco incontenta ubi dicitur ad porcheram, cui coheret a mane illius ser girardi, a meridie via, a sero tenet arnulf de santo cassiano a monte tenet armando de la corte. Quae predicta tenere consuevit ad fictum ab ipso monasterio ardrigetus ferrarius ex eodem loco massarius ipsius monasterii. Item sedimen unius iacens in predicto loco anono in contrata ubi dicitur in corso de bulpis cui coheret a mane et a monte illius ser girardi, a meridie via a sero tenet rubach de basanello, in parte Albric de praetacava et in parte .. praetacava. Item ronchum unum iacens ubi dicitur ad ronchata cui coheret a mane et a monte illius ser girardus a sero a meridie tenet ipse richardus de praetacava a sero tenet lafranchus ferrarius et in parte accessium. Item petia una trebie ubi dicitur in trebiam donati et est perticarum duae vel circa id. Quae petiae terrae tenere consuevit ad fictum ab ipso monasterio petrolus ... ardrici .... massarius illius monasterij. Item petia una terrae jacens in territorio dicti loci ibi ubi dicitur-----cui coheret---------------illius ser girardi a sero tenet g___de praetacava et est pertice una. quam petiam terrae tenere consuerit ad fictum ab ipso monasterio............de eodem loco massari illius monasterij; item petia una prati jacens ibi ubi dicitur claussis, cui coheret a mane et meridie illius ser girardi, a sero tenet .....de madie a monte tenet martinus ferrarius et est perticae una et plus. Item petia una terre iacens ibi ubi dicitur ingiolzeno cui coheret a mane tenet ... .... a meridie tenet ambrosius de barzago, a monte via et est perticae due et plus. Item petia una terre iacens ibi ubi dicitur ad saltes cui coheret a monte tenet istus.........a meridie tenet martini ferrari a sero tenet ambrosius et phalamesius fratres qui dicuntur de sancto cassiano a monte tenet antonio rustegonus et est pertica una cum dimidia. Item petia una prati iacens ibi ubi dicitur in capitepredicti doniti cui coheret a mane terrae parbellus maronus, a meridie terrae vivianus de puteo a sero tenet heredes quondam gullielmi de latane a monte terrae iohannes de villano et est pertica una et plus. Item petia una terrae iacens ibi ubi dicitur ad arnanolum cui coheret a mane et a monte via, a meridie tenet vivianus de puteo, a sero tenet dictus richardus de praetacava, et est perticae due. Item petia una terre iacens ibi ubi dicitur angiolzeno cui coheret a mane et a meridie illius ser girardi, a sero tenet gibertus de praetacava a monte tenet idem gibertus et alii complures. Que predicta tenere consuerit ad fictum ab ipso monasterio gi-rardus de cruce de eodem loco massarius dicti monasterij. Et insuper contentus et confessus fuit ille ser girardus quod pro istis rebus praestare debet fictum annuatim ipsi monasterio ad superdicta computatis illis omnibus rebus in summa sestari viginti sex inter bladam et vinum et legumina ad ... caneve et solidos quinque ... Item solidos quinque ...et librae decem piscium. Item quartaria una piscium................eo tamen salvo si istud fictum plus vel minus est repertum in breve fictum illius domini abbatis preditti in loco anono; Interfuerunt ibi testes curto fili quondam rustegonus de imberado et zanon filius quondam rosonis ferrarum et doninus filius quondam rozonis darremo et jacobo filius quondam Ambrosii redoxii et richardus filius quondam pizani de praedacava, et armannus filius quondam bruni de fico omnes de isto loco annono. et darrus filius quondam frutteri de yselia de burgo clavate et ser flamingus qui alio nomine dicitur berenta filius quondam ser johannis de carugo, et guilielmus d’anona qui ambo habitant in superscripto monasterio. Ego Gaspar qui dicor de marentio notarius sacri palatii a domino frederico imperatore missus qui habito in superscripto monasterio de clavate et filius quondam petri de marenno interfui et rogatus hanc chartam scripsi.

Traduzione

Nel nome del Signore. Nell’anno dell’incarnazione del Signore 1244, nel giorno di venerdì, tredicesimo giorno del mese di settembre, durante la indizione seconda. Alla presenza dei testimoni sottoscritti chiamati a ciò, fu contento, confessò e dichiarò ser Girardo da Arcognate che abita nel luogo di Annone, che i beni sottoscritti appartengono al monastero di Civate e che egli stesso è tenuto a pagare un fitto al medesimo monastero per conto di Ser Redolfo da Carugo, abate dello stesso monastero di Civate, a nome di detto monastero o per lo stesso monastero, e che tali beni sono soliti essere tenuti a masseria a nome del monastero, e il sedime di cui si parla sotto è delimitato dai massari del monastero; e tutte queste cose disse e fece il detto ser Girardo su richiesta del suddetto signore abate di quel monastero, che voleva e chiedeva che egli tenesse tali beni con questa dichiarazione e confessione, a prestare un fitto dallo stesso monastero e non altrimenti. Tutti questi beni sono i seguenti: in primo luogo, una pezza di prato posta dove si dice “al prato conico”, di circa tre pertiche. Inoltre una pezza di terra che è un campo situata nella contrada di Bulpis, che confina a oriente con Otto Romeo, a meridione con la via, a ovest con la suddetta pezza che tiene lo stesso ser Girardo, a settentrione ancora con ser Girardo, ed è di circa nove tavole. Inoltre una pezza di prato situata dove si dice Intribio, di circa quattro pertiche, e che è stato tenuto secondo il presente tenore a fitto dal monastero da Albrico Homodei dello stesso luogo, massaro del monastero. Inoltre sei pezze di terra che si trovano nel territorio del detto luogo. La prima pezza è detta Instanga, confinante a oriente con la via, a meridione e occidente con ser Girardo, a settentrione con Giovanni della Croce, di circa trenta pertiche. La seconda è detta “ad hereditatem”, confinante [...] a occidente con Giovanni [...] a settentrione con Zenone [...] di circa due pertiche. La terza pezza è detta Prestopeziam, confinante a orientecon Riccardo da Praetacava, a meridione con Guglielmo da Maoio e in parte con Algixio de Fico, a occidente con Ambrogio de Magistris, a settentrione con ser Girardo, di circa una pertica e mezza. La quarta viene detta “ad arena”, confinante con la via a settentrione, a meridione con Petrello Marono e altri, a occidente con Giacomo Redoxio, a settentrione con Riccardo da Praetacava, di circa due pertiche o più. La quinta pezza è detta Inpledo, confinante a oriente con gli eredi del fu Liprando Ferrari, a meridione con la via e in parte con Martino Ferrari, a occidente con la via, a settentrione con i figli di Ambrogio da Barzago, di circa due pertiche. La sesta pezza è detta Ingiolzeno, confinante a oriente con la via, a meridione con Guglielmo figlio di Alberto Homodei, a occidente con Lafranco da Curto, a settentrione con l’accesso, di circa una pertica. Inoltre la metà indivisa di un sedime contenuto nello stesso luogo detto “alla Porcheria”, confinante a oriente con ser Girardo, a meridione con la via, a occidente con Arnolfo da San Cassiano, a settentrione con Armando da La Corte. Le cose predette erano solito essere tenute a fitto dal monastero da Ardrigeto Ferrari, massaro del monastero. Inoltre un sedime sito nello stesso luogo di Annone nella contrada detta “in corso de Bulpis”, confinante a oriente e settentrione con ser Girardo, a meridione con la via, a ovest con Rubaco da Basanello e in parte con Albrico da Praetacava e in parte con ... Praetacava. Inoltre un ronco (terreno dissodato) detto “alla Roncata”, confinante a oriente e settentrione con ser Girardo, a meridione con Riccardo da Praetacava, a occidente con Lafranco Ferrari e in parte con un accesso. Inoltre una pezza di trebbia detto “in Trebiam Donati”, di circa due pertiche. Tali pezze di terra erano soliti essere tenute a fitto dal monastero da Petrolus [...] di Ardrico [...] massaro di quel monastero. Inoltre un’altra pezza di terra nel territorio del detto luogo nel luogo detto [...] che confina [...] doi quel ser Girardo, a Occidente con g[...] de Praetacava di circa una pertica, la quale pezza di terra era solita essere tenuta a fitto dallo stesso [...] dello stesso luogo, massari di quel monastero; Inoltre una pezza di prato detto Claussis, confinante a oriente e meridione con quel ser Girardo, a occidente con [...], a settentrione con Martino Ferrari, di circa una pertica e più. Inoltre una pezza di terra detto Ingiolzeno, confinante a oriente con [...], a sud con Ambrogio da Barzago, a settentrione con la via, di circa due pertiche e più. Inoltre una pezza di terra detto “ad saltes”, confinante a settentrione con [...], a meridione con Martino Ferrari, a ovest con i fratelli Ambrogio e Falamesio detti di San Cassiano, a settentrione con Antonio Rustegono, di circa una pertica e mezza. Inoltre un pezzo di prato detto “in capo del detto Donato”, confinante a oriente con Parbello Marono, a meridione con Viviano da Puteo, a occidente con gli eredi del fu Guglielmo da Latane, a settentrione con Giovanni da Villano, di circa una pertica e più. Inoltre una pezza di terra detto “ad Arnanolo”, confinante a oriente e a settentrione con la via, a meridione con Viviano da Puteo, a occidente con Riccardo da Praetacava, di circa due pertiche. Inoltre una pezza di terra detto Angiolzeno, confinante a oriente e meridione con quel ser Girardo, a occidente e settentrione con Giberto da Praetacava e altri. Questi beni erano soliti essere tenuti a fitto dal monastero da Gi-rardo della Croce proveniente dallo stesso luogo, massaro del monastero. Inoltre, il detto ser Girardo dichiarò e confessò che per questi beni deve pagare annualmente al monastero per le cose predette, tenute conto tutte quelle cose, un fitto complessivo di ventisei sestari tra grano, vino e legumi, da consegnare alla cantina, e cinque soldi e inoltre soldi cinque[...], e dieci libbre di pesce, e un quartaro di pesce [...], salvo che questo fitto risulti maggiore o minore secondo il registro del fitto del suddetto abate nel luogo di Annone. Furono presenti come testimoni: Curto figlio del fu Rustegono da Imberado, Zanon figlio del fu Rosone Ferrari, Donino figlio del fu Rozone Darremo, Giacomo figlio del fu Ambrogio Redoxio, Riccardo figlio del fu Pizano da Praetacava, Armanno figlio del fu Bruno da Fico, tutti di Anono; e Darro figlio del fu Frutterio da Yselia del borgo di Civate; e ser Flamingo detto anche Berenta, figlio del fu ser Giovanni da Carugo, e Guglielmo da Annone, che abitano entrambi nel suddetto monastero. Io Gaspare detto da Marenzio, notaio del sacro palazzo, messo dell’imperatore Federico, abitante nel suddetto monastero di Civate e figlio del fu Pietro da Marenno, fui presente e, richiesto, ho scritto questo atto.